Medienspiegel
Corriere del Ticino vom 17. Oktober 2011 (pdf)
Tradotto in italiano il primo romanzo del vincitore del Premio Schiller 2011
Da muratore a scrittore di successo: L’intervista con Pedro Lenz
von MARIELLA DELFANTI
È tornata a Mendrisio, da giovedì a ieri, la Mostra del Libro della Svizzera italiana, manifestazione che, malgrado sia giunta quest’anno alla sua quinta edizione, è passata finora abbastanza in sordina per ragioni che non sono certo da ricercare nella quantità dell’offerta di tutto rispetto, in relazione all’area di riferimento. Quest’anno erano presenti oltre 800 titoli e quasi 10.000 libri di editori ticinesi, una produzione dunque notevole che non ha sempre però la visibilità che si auspica. Senza entrare nel merito di un’analisi che lasciamo agli esperti, una delle ragioni dell’ancora debole visibilità della manifestazione è da imputare, innanzi tutto, alla marginalità della nostra produzione rispetto all’invasiva presenza e promozione dell’editoria italiana e, non da ultimo, al fatto che a questa Mostra del Libro manca una continuità logistica e temporale. Si tiene infatti ogni due anni e a rotazione nelle quattro aree regionali del nostro Cantone: scelta comprensibile, ma parcellizzatrice. Comunque il successo dell’edizione 2011 ha confermato che sul territorio c’è spazio per iniziative culturali che pongono il pubblico a contatto con gli autori, soprattutto, come quest’anno, quando si tratta di vere sorprese.
È stato il caso di Pedro Lenz che ha conversato venerdì sera con la sua traduttrice, la giornalista Simona Sala, presentando il libro In porta c’ero io!, appena uscito da Capelli. Un libro che, dopo le prime perplessità da parte dei critici, ha poi però vinto il Premio Schiller 2011, ha venduto, soprattutto grazie al passaparola, 16 mila copie ed è ora alla quarta ristampa. Un nuovo racconto inedito di Pedro Lenz è appena uscito in italiano nella raccolta dal titolo Questi Svizzeri, Edizione Leggere.
Primo romanzo di un autore che ha fatto per sette anni il muratore, pubblica racconti, poesie, e scrive sui principali quotidiani della Svizzera tedesca, In porta c’ero io! narra la storia metà amara e metà divertente di un giovane ex tossico che vive in una cittadina di provincia nei pressi di Berna negli anni Ottanta. Ma la particolarità del romanzo non sta tanto nell’intreccio, quanto nella voce narrante: quella del protagonista che parla e pensa per tutto il libro in dialetto bernese. Siamo dunque di fronte a una piccola rivoluzione nel campo della letteratura scritta: l’irruzione del parlato sulla carta. Fenomeno nuovo – per quanto ne sappiamo – nella letteratura tedesca e nell’estensione del suo impiego dalla prima all’ultima pagina. Tuttavia, come capisce chiunque leggendolo, non si tratta di una trascrizione nuda e cruda di un parlato da bar o da strada, ma di una costruzione letteraria elaborata e fittizia. Ne chiediamo ragione all’autore.
Perché la scelta dello svizzerotedesco?
«Circa dieci, quindici anni fa abbiamo dato vita con un gruppo di amici a un movimento di letteratura scritta da leggere ad alta voce che portava il nome ironico di Bern ist überall, Berna è dappertutto, e andavamo in giro nei ristoranti o nei club di musica a tenere delle letture accompagnate dalla musica. Attualmente sono dieci gli scrittori e tre i musicisti che tengono serate letterarie anche nella Svizzera francese. Di questo libro abbiamo presentato finora duecento letture nella Svizzera tedesca, a volte anche sei in una settimana, e adesso abbiamo organizzato un tour che tocca altre regioni. Io ho cominciato a scrivere in Hochdeutsch, ma andando in giro con le letture pubbliche, ho capito che con lo Schwitzerdütsch raggiungevo davvero la gente».
E come è arrivato alla voce narrante e al personaggio di Gol?
«Ho lavorato sette anni come muratore. Quando ho cominciato da apprendista, a sedici anni, mi sono scontrato con un mondo completamente diverso dall’ambito della scuola e della famiglia borghese da cui provengo: c’era gente che beveva, che aveva lavorato in posti diversi e lontani, che era stata in prigione. Quando tornavo a casa, prendevo appunti, perché gli stimoli erano troppi per essere soltanto osservati. Ma mi sarei dimenticato di quel mondo, se un amico, ritrovato recentemente non mi avesse fatto tornare indietro a quegli anni in cui, girovagando per strada e nei bar, incontravamo le persone, soprattutto i drogati che allora nelle città vivevano a contatto con tutti gli altri. Mi ha sempre colpito il modo che avevano di inventare frottole per procurarsi del denaro e anche il loro linguaggio colorato. Ma mi colpiva anche il linguaggio del mio amico che parlava di quelle cose e suonava come a quei tempi. Così ho trovato la voce per Gol: era esattamente come la sua, ma lui non se ne è accorto!».
IL LIBRO
Lo strepitoso monologo interiore di Gol
Gol è uno strano nome. È un soprannome affibbiato dagli amici al protagonista del libro di Pedro Lenz. Gol è anche uno strano personaggio, ma appena sentiamo la sua voce – che continua in prima persona per tutte le 150 pagine del romanzo – ci piace perché è vera. Gol è un povero Cristo: logorroico, sbarellato, combinaguai, bastonato dalla vita, anche perché non abbastanza furbo, né costante, né corazzato per resisterle. O forse, semplicemente non abbastanza cinico per aggirare i colpi, o restituirli quando il gioco si fa duro e la giungla là fuori tesse le sue trappole. Gol è uno dei 999 che non ce la fanno, che ci hanno provato, a condurre una vita normale, ma non ha abbastanza talento, determinazione, forza d’animo per guardare avanti. Ci piace da subito, quando incomincia quel suo scombinato monologo dentro a cui confluisce di tutto: pensieri, conversazioni, descrizioni, racconti. È un monologo-dialogo che non smette mai, una specie di reality su ciò che succede nella sua mente e al di fuori di essa: aspirazioni, errori, idiosincrasie, leggerezze. Ci piace nel suo mettere a nudo la sua identità senza abbellirla né giudicarla, perché sentiamo che è uno di noi, anche se è un ex tossico in procinto di ricaderci, un ex carcerato per una colpa che dicono abbia commesso (anche se non è vero), un alcolista dalla volontà debole, uno che chiacchiera quando farebbe meglio a stare zitto, un romantico che ha sbagliato secolo, paranoico, poco affidabile, pur se animato dalle migliori intenzioni. Gol ci piace perché ha mantenuto - per quanto paradossale possa sembrare - l’animo puro.
È una voce narrante strepitosa (ottimamente tradotta in italiano), questa di Lenz, che scrive in svizzero tedesco, direttamente dal parlato, in un monologo interiore che dribbla tra discorso diretto e indiretto, tra pensato e parlato eppure traccia un ritratto coerente e commovente di un personaggio e del suo approccio lucidissimo e personale alla vita.
PEDRO LENZ
IN PORTA C’ERO IO!
GABRIELE CAPELLI, 144 pagg., 20 franchi.