Medienspiegel

Azione, Migroszeitung Tessin, vom 23. Mai 2011 (pdf)
Chronicles from the chocolate country: Incontro con lo scrittore Pedro Lenz, autore di culto oltre Gottardo e moderno narratore di storie di tutti i giorni.

Le storie dello svizzero Pedro

von SIMONA SALA

Nella Svizzera tedesca è il caso letterario degli ultimi anni. Senza dubbio.Eppure. Eppure: la sua vita è costellata dalle concessive, damomenti in cui sarebbe potuta andare diversamente. Per la seconda puntata della serie «Chronicles fromthe chocolate country», che ha preso il via lo scorso 26 aprile con il reportage sull’insediamento di Grienen, siamo andati a incontrare un autore che, per il suo porsi alla vita e alla scrittura, rientra ben poco nei canoni elvetici, per non dire accademico-letterati. Pedro Lenz infatti, ingombrante sin dal suo apparire, con quella sua statura fuor di norma, la risata profonda e quasi gutturale, un accenno di timidezza, non ha per nulla l’aria un poco assorta e contemplativa di chi ha fatto delle parole unmestiere.Èun uomo che ha scelto la via del cantiere, nel vero senso della parola, e tra operai stranieri e impalcature emattoni si è fatto le ossa, anche quelle narrative. Èun uomo che sa soprattutto ascoltare, maniaco delle storie piccole, che racconta incessantemente, correndo da un reading all’altro e incontrando il favore di un pubblico in crescita pressoché esponenziale, in Berndeutsch.

Le fratture e i fallimenti sono l’aspetto più interessante della biografia di ogni essere umano

Dopo avermosso i primi passi nel rigore formale della scrittura nel cosiddetto «tedesco alto» (hochdeutsch), Lenz è passato a quella che è l’altra metà della prima lingua ufficiale oltre Gottardo: lo svizzero tedesco. Così facendo ha creato un ponte, direttoma non per questo meno poetico, perfino fra chi la letteratura non la frequenta ma ama farsi raccontare le storie. Il grande pubblico (fatto di lavoratori, operai, come ci tiene a ribadire Lenz) è stato il suo primo estimatore, in seguito si sono accodati i colleghi e i critici. Ora Lenz non solo scrive, legge e trascorre parte del suo tempo nello storico ristorante Flügelrad situato dietro alla stazione di Olten (acquistato da poco insieme al romanziere e storico Alex Capus e al giornalista Werner De Schepper), ma è diventato anche un rispettabile opinionista, tirato in ballo ogni volta in cui si devono prendere decisioni politiche riguardo all’eterna e non risolvibile questione dello svizzero tedesco: è una lingua oppure un dialetto? È tollerabile nelle scuole dell’infanzia, negli asili, nelle istituzioni in genere, oppure no?
Ma Lenz li spiazza tutti, poiché caratteristica del suomodo di essere e di pensare, è quella Gelassenheit lontana dalla frenesia e dal desiderio di essere assertivo, distante anni luce dalla consapevolezza di essere in possesso della chiave di lettura della società. Lo abbiamo incontrato proprio al ristorante Flügelrad, situato nel crocevia per eccellenza della nazione, nell’ombelico di ogni coincidenza ferroviaria elvetica che si rispetti. Inutile dirlo,ma va detto, la conversazione è interrotta a più riprese da persone che gli stringono la mano, che si sonomagari sobbarcate lunghi viaggi attraverso la Svizzera per vedere in carne ed ossa colui che è senza dubbio il re degli affabulatori della scena letteraria contemporanea, che è reduce dal premio Schiller con Der Goalie bin ig, storia di un tossicodipendente rigorosamente scritta in Berndeutsch, che in pochimesi ha venduto qualcosa come 10’000 copie.

Pedro Lenz, lei è celebre anche per la sua biografia: non ha seguito i canoni classici che solitamente portano alla creazione narrativa…
Sono nato da una famiglia benestante, mia madre era casalinga, mio padre direttore della ditta di porcellane Langenthal. Una casa borghese, in cui lamia strada sembrava abbastanza delineata. Poi però, dopo avere iniziato il liceo, pur senza intenti ribelli,mi sono reso conto che quella non era lamia strada. I miei genitori furonomolto comprensivi e mi permisero di cambiare percorso formativo, optai quindi per un apprendistato come muratore. A quel punto mi si aprì un nuovomondo, fatto di adulti, di cui pochi svizzeri, i qualimi raccontavano cose che non avevo mai sentito prima di allora. Fui confrontato con il precariato economico e con un mondo di cui non immaginavo l’esistenza; gente che aveva lavorato in diverse parti del mondo e altri che erano stati in prigione.
È stato in quel momento che ho cominciato a scrivere e a interessarmi alla letteratura.Gli operai dei cantieri mi portavano libri di Hemingway e Steinbeck, permettendomi di capire che la letteratura ha a che fare con la vita. E più che il lavoro dimuratore – in cui non ero particolarmente forte – ad interessarmi erano i colleghi. Dopo sette anni sui cantieri ho iniziato a collaborare con i giovani, nelle colonie. Ho quindi deciso di riprendere i miei studi, recuperando la maturità. Nel 1990 sono andato a Basilea, e sono entrato a fare parte del gruppo letterario Werkstatt Arbeiterkultur, un relitto del 1968, in cui aveva luogo un fervido scambio di testi che mi ha stimolato ed esortato ad andare avanti. Da allora scrivo regolarmente.
La mia vita è proseguita con tutta una serie di lavori occasionali, iniziai anche a frequentare l’università (letteratura spagnola e germanistica) a Berna. Ben presto peròmi resi conto che non ce la facevo a lavorare, studiare e scrivere allo stesso tempo. Nel 2001 uscì la raccolta di poesie DieWelt ist ein Taschentuch, a quel punto presi la decisione di vivere solamente grazie alla scrittura.

Come è nato l’interesse per la scrittura in dialetto?
Ho conosciuto Beat Sterchi e Guy Krneta, autori teatrali che scrivevano entrambi in dialetto, e mi sono reso conto del valore del dialetto: dal momento che non è definito come il tedesco, non necessita della stessa cura, lo si può affrontare inmodo libero ed è più facile giocarci. All’inizio io in qualche modo disprezzavo lo svizzero tedesco come lingua letteraria, poiché lo legavo alla sfera del ricordo, all’idealizzazione di una Svizzera che in realtà non era mai esistita.
Pur praticandolo con costanza, il dialetto comunque non mi appartiene completamente: da ragazzi infatti in casa, grazie a mia madre che era spagnola, parlavamo lo spagnolo.

In che modo procede quando scrive i suoi testi?
Scrivo dapprima una bozza in silenzio, poi leggo a voce alta quanto ho scritto, poiché inmente ho sempre una melodia. Le grande varietà di parole utilizzabilimi permette delle continue varianti e delle ripetizioni. Paragonerei la mia scrittura alla pittura dello svizzero Franz Gertsch: egli crea un’opera del tutto artificiale che però deve dare un’impressione di assoluta naturalezza. Nel caso dei miei racconti la gente ha l’impressione che io mi sia limitato a registrare dei dialoghi, ma in realtà si tratta di un artificio letterario complesso, in cui ogni passaggio è elaborato e studiato nei minimi dettagli.

Com’è la reazione da parte del pubblico dei suoi reading quando si esprime in dialetto?
È curioso, ma quando parlo in dialetto durante una lettura la gente si sporge in avanti. Dobbiamo tenere presente il fatto che nella Svizzera tedesca il tedesco rappresenta è solamente una mezza lingua materna, l’altra metà, soprattutto nell’ascolto, è rappresentata dal dialetto. Esiste infatti una lingua per le cose di tutti i giorni, legate al quotidiano, e ce n’è un’altra lingua per l’arte. La cosa si fa interessante quando si mescolano gli ambiti. Quello che interessa e affascina molto me è il mantenimento del côté letterario nonostante l’utilizzo di una lingua come lo svizzero tedesco che per sua natura non lo contempla.

Cosa deve avere una storia affinché ai suoi occhi sia interessante?
Trovo che vi siano cose interessanti ovunque,ma occorre sondare soprattutto laddove ci sono delle rotture. Pensiamo ai necrologi: si tratta di un ambito in cui si dicono solamente le cose buone delle persone scomparse, e non sono mai particolarmente interessanti. Il mio rispetto e la mia curiosità vanno invece a coloro che riescono ad integrare anche i fallimenti nella propria vita. In questo penso di rifarmi a grandi personaggi comici come Charlie Chaplin o Buster Keaton: in loro vi è sempre un momento in cui tragico e comico arrivano a sfiorarsi. Si tratta di momenti comici in cui si intravvede la tragedia,ma nel momento stesso in cui si ride, il cuore si apre e le cose riescono ad arrivare più in profondità.

Il ristorante che lei ha da pochi mesi ritirato assieme a un altro scrittore, Alex Capus, e al giornalista Werner de Schepper e sopra al quale lei abita, rappresenta una fonte d’ispirazione?
Certo, perché la gente si racconta sempre qualcosa, e questo è per me un punto di partenza importante. La stessa cosa mi accade per esempio quando sento per caso delle conversazioni telefoniche, magari sul treno; un tempo ci si vergognava a parlare in pubblico, ora non più, e il fatto di ascoltarne di continuo e di sentire solo il cinquanta per cento di una conversazione mi permette poi di completarla attraverso la mia immaginazione. Non ho mai problemi a trovare delle idee, quanto piuttosto a elaborarne il valore letterario.

Si è sentito preso sul serio da subito in ambito letterario? Non è stato difficile entrare a fare parte di una cerchia spesso autoreferenziale come quella degli scrittori?
Ho pensato a lungo di non venir preso davvero sul serio. Le recensioni dei primi libri finivano per lo più nelle pagine regionali, ma ora le cose per fortuna sono cambiate. Sono stato dapprima accettato dai lettori. L’accettazione dei colleghi è arrivata solo in un secondomomento e la critica è arrivata alla fine. Credo che la colpa di tutto questo ce l’abbia in qualche modo Goethe, secondo il quale la scrittura letteraria ha a che fare con lo spirito del cielo. Nella lingua tedesca la scrittura è suddivisa in alta scrittura e banale giornalismo. Questa è una cosa che ad esempio non vale per la letteratura spagnola.

E a lei personalmente cosa piace leggere?
Mi sentomolto legato agli americani, agli scozzesi e ai sudamericani. Un tempo desideravo essere diverso dagli svizzeri,ma ora ho accettato il fatto di essere un cittadino svizzero. Come scrittore mi sento molto legato a chi lascia parlare la gente. Amo il mio pubblico, costituito anche da persone che non leggono, ma che adorano ascoltare delle storie.

Nei suoi libri lei si rifà spesso a personaggi reali…quali sono le reazioni da parte di chi arriva a riconoscersi?
Avolte le persone mi chiamano, dicendomi che ho sbagliato, indicandomi dei dettagli incui le cose sono andate in modo leggermente diverso rispetto a come io le ho descritte. Un junkie di Langenthal ad esempio reclamava un ruolo maggiore all’interno di un libro, una cosa commovente. Ho cercato di spiegargli che non era una narrazione biografica, ma un’elaborazione letteraria.

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